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CITTADINOINFORMATO

Modulo 12 di 18 · Le trappole del ragionamento

Il cambio di definizione a metà discorso

La stessa parola usata in due sensi diversi, e la conclusione non tiene

Di che si tratta

Un ragionamento può essere formalmente impeccabile e completamente sbagliato se una parola cambia significato fra la premessa e la conclusione. Nel discorso pubblico questo accade di continuo, e spesso senza malizia: le parole tecniche hanno un senso stretto e un senso comune, e si scivola dall'uno all'altro senza accorgersene.

Alcune parole a rischio, tutte con un significato giuridico preciso e uno colloquiale più largo: legge (l'atto del Parlamento, o qualunque regola), abuso (l'illecito edilizio, o il comportamento scorretto), evasione (la condotta fiscale illecita, o qualunque risparmio d'imposta), discriminazione (il trattamento vietato dalla legge, o qualunque differenza), denuncia (l'atto alla procura, o la protesta pubblica).

Il rimedio è meccanico: quando una parola porta il peso della conclusione, fissane il significato prima.

Un esempio

«Il regolamento comunale è legge, e la legge va rispettata, quindi chi non rispetta il regolamento commette un reato.» Il passaggio avviene su «legge». Nella prima frase significa «regola vincolante»; nella seconda evoca la legge dello Stato; nella conclusione «reato» introduce una categoria penale che il regolamento comunale, di norma, non può creare. Ogni singolo passaggio suona ragionevole, la conclusione è falsa.

Il controesempio

Un caso in cui sembra la stessa cosa e invece il ragionamento tiene. Serve a non trasformare uno strumento di verifica in un sospetto automatico.

Chiedere una definizione può diventare una tattica dilatoria: se ogni parola va definita prima di poter dire qualsiasi cosa, non si discute più. La richiesta è legittima quando la parola fa il lavoro della conclusione, non quando è di contorno. Se qualcuno afferma che un affidamento è «irregolare», chiedere cosa intende è pertinente perché la parola porta l'accusa. Se dice che una piazza è «brutta», chiedere una definizione di bellezza è ostruzionismo.

Prova tu

«Quell'assessore ha un conflitto di interessi, quindi la delibera è illegittima.» Dove sta il cambio di definizione, e cosa bisogna verificare?

Mostra la soluzione ragionata

Il cambio: «conflitto di interessi» ha un senso comune largo — chiunque abbia un qualunque interesse nella materia — e un senso giuridico stretto, definito dalle norme su astensione e incompatibilità, che individua situazioni tipizzate e impone obblighi precisi. La conclusione sull'illegittimità dell'atto vale solo con il senso stretto. Cosa verificare, in ordine: quale interesse concreto, personale o di parenti entro il grado previsto; se rientra fra le situazioni per cui la norma impone l'astensione; se l'assessore ha partecipato alla discussione e alla votazione; se l'obbligo di astensione risulta dal verbale. L'esito possibile: la situazione può essere inopportuna senza essere illegittima, oppure illegittima e censurabile. Sono conclusioni diverse e vanno tenute distinte: confonderle indebolisce anche i casi fondati.

Da tenere presente. Le parole del diritto hanno confini stretti proprio perché da esse dipendono conseguenze. Usarle in senso largo per dare forza a un'affermazione la rende, di fatto, più facile da smontare.

Dove si applica